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Goldstar: Dov’è la mia validazione? :: Le Recensioni di OndaRock

Le nuove stelle di Rough Trade Records. Sestetto made in Usa capitanato dal cantante Ethan Ramon, i Sophs sono riusciti ad attirare l’attenzione della celebre etichetta discografica britannica con l’invio diretto di demo, senza aver mai fatto nemmeno un live fino a quel momento. Il loro sound, che a un primo avviso nei punti salienti e nei refrain può richiamare in parte Fall Out Boy, My Chemical Romance, e tutta quella quota pop-rock/pop-punk dei primi Duemila, che negli anni è stata sdoganata ampiamente, si pensi ad artisti successivi come The 1975, Yungblud e soci, qui accompagna l’interpretazione di tendenze autodistruttive della gioventù odierna. Per “Goldstar” si intende infatti la validazione da parte degli altri nei nostri riguardi, oggetto del desiderio ormai più o meno interiorizzato dalla maggioranza nella società in cui viviamo, e per cui molti farebbero carte false.

Ogni canzone mostra abbastanza apertamente le influenze da cui attinge, senza tuttavia limitarsi alle sonorità di base illustrate sopra, includendo a più riprese blues, country e altri suoni dal mondo (i Nostri hanno affermato ad esempio di aver ascoltato molta musica slava durante la composizione del disco, oltre a Tom Waits e Bright Eyes) in una sorta di collage. Un ulteriore segno che vi sia la necessità di andare oltre le prime impressioni, senza fermarsi a quanto rilevato in superficie, è l’omaggio surrealista sulla copertina dell’opera a “La riproduzione vietata” di Magritte, tela datata 1937.

L’(efficace) apertura delle danze si presenta in bilico tra il dondolio delle strofe scarne e le esplosioni drammatiche del ritornello di “The Dog Dies In The End”, cedendo di seguito il passo all’intro flamenca di “Goldstar”, traccia il cui mood conduce a una “Humanity” degli Scorpions in una chiave completamente rinnovata, fino a incontrare i rintocchi di tastiera sparsi nella pseudo-ballad “Blitzed Again”. Lasciano momentaneamente disorientati i beat introduttivi di “Sweat”, che sfociano in una leggera ballata mossa da vezzi di chitarra, mentre i riff elettrici in chiusura a “House” rimandano agli Aerosmith, lasciando il posto al mix Delta-blues e country scanzonato di “Sweetiepie”.

Una delle liriche più interessanti per concetto (nonché maggiormente personale per Ramon) è quella di “Death In The Family”, analisi interiore che illustra il rapporto con sentimenti come frustrazione e vergogna, alla quale fanno seguito le vibe velatamente scure e waitsiane di “A Sympathetic Person”, il palese tributo a ZZ Top e affini di “They Told Me Jump, I Said How High” e la conclusione con i cori e i sing-along di “I’m Your Fiend”.

“Goldstar” è un disco che vuole essere mainstream e pone principalmente in risalto la versatilità del progetto in termini di influenze, senza tuttavia riuscire a centrare completamente l’obiettivo al primo colpo (e a far breccia al primo ascolto). Al netto di ciò, con un po’ di rodaggio, è praticamente certo che i Sophs possano avere le carte in regola per poter attrarre una discreta audience in futuro.

22/03/2026




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